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Gastone Redetti

Piccoli principi

Rivedendo Piccolo Buddha

da Miopia n.27, Giugno 1996 (estratto)


 

Rivedendo Piccolo Buddha, di Bertolucci, ho avuto occasione di riflettere sul forte interesse che ho nutrito per il pensiero buddhista in un periodo della mia vita: interesse coltivato individualmente (soprattutto sui libri) ma in sintonia con il crescente fascino collettivo che il buddhismo esercita sul mondo occidentale.

Bertolucci tratta del buddhismo intrecciando nel film due distinte vicende: la prima è ambientata ai nostri giorni e riguarda la ricerca e individuazione, da parte di alcuni preti tibetani, del bambino in cui ritengono essersi reincarnato il defunto capo del loro monastero. L’altra vicenda portante è data dal mito della vita di Siddharta, il futuro Buddha.

Trovo enfatizzati nel film alcuni aspetti della vita del Buddha che già mi avevano colpito personalmente, e sono convinto siano andati a segno nel cuore di molti uomini occidentali.

Il Buddhismo è stato il primo pensiero che mi abbia introdotto in una dimensione etica, che mi abbia fatto comprendere intellettualmente che un problema morale esiste e non è liquidabile come una “sovrastruttura” ideologica. Ricordo una discussione che ebbi, poco più che ragazzino, con un mio caro insegnante di lettere: egli, che come me era un “materialista dialettico”, rimase piuttosto perplesso davanti a un mio conclamato amoralismo (teorico). A me che sostenevo l’insussistenza di ogni questione morale, egli rispose “Ma una morale ci vuole! Non dovrà essere quella dei gesuiti, ma ci vuole!”. Io (a mia volta un po’ stupito) presi atto che un uomo di sinistra, marxista colto e stimato, poteva anche avere questa strana opinione. Ma la cosa non mi modificò gran che. Per me l’etica rimase a lungo una fumisteria, la filosofia coincidendo anche più tardi – ai miei occhi – con la gnoseologia, cioè con lo studio critico delle modalità e del valore della conoscenza. Sottovalutavo volutamente il fatto che nella filosofia occidentale, di solito, la gnoseologia è solo una premessa al cuore delle questioni.

In seguito ci furono vari passaggi nella mia vita, di cui non starò qui a dire se non per segnalare che la dimensione etica mi toccò – assieme ad altri aspetti per me nuovi – solo attraverso il rapporto con la mia compagna. Tuttavia, nonostante il mio mutamento, dovuto allo stretto contatto con una personalità per cui il problema etico era a un alto livello di coscienza, la mia ideologia e il mio pensiero orientato rimasero a lungo ancorati a un certo razionalismo cinico e ristretto (che non era “il marxismo”, ma il mio particolare modo di intenderlo, in una distorsione estremamente razionalistica e unilaterale del pensiero).

In breve: la testa, le idee, non seguivano un rivolgimento di senso che nella mia vita era già avvenuto; la “realtà” per me ancora risiedeva, più che in quello che sperimentavo, in vecchie astrazioni e schemi di pensiero, i cui nuclei resistevano come nevrosi.

Non era di nuovi sistemi filosofici che avevo bisogno, ma di parole intellettualmente adatte a me, che fossero cioè in grado di penetrare sedimentate corazze di razionalismo. Ciò che mi venne in soccorso – in un incontro abbastanza fortuito e inaspettato – fu appunto il pensiero del buddhismo, questa religione razionale, mentalista e non del tutto a torto definita “atea”: il fatto che il buddhismo si basasse su un fondatore umano e non su una divinità, che addirittura giungesse a interpretare le divinità come proiezioni soggettive – come fa il Libro dei Morti tibetano – aggirava i miei tabù, i miei antichi preconcetti verso ogni esperienza di fede, consentendomi di essere toccato dai grandi problemi che sottendono tutte le esperienze religiose.

E poi mi era possibile, credo, una identificazione immediata con la condizione infantile di Siddharta. Il futuro Illuminato era un “principe” iperprotetto, vissuto – in assenza della madre che non sopravvisse alla sua venuta al mondo – nell’esistenza dorata di una reggia, e cui il padre nascose ostinatamente l’esistenza della malattia, della vecchiaia e della morte. Questo aspetto del Buddha giovane principe ignaro, apparentemente al sicuro, ma in fondo abitato dall’inconscia angoscia del mancato confronto con il mondo, ben si adatta, mi sembra, a rappresentare molti problemi della metà maschile dell’umanità occidentale. Siamo stati protetti da un benessere senza precedenti nella storia del mondo, tutti in qualche misura principi, o tenuti come principi nelle intenzioni di padri che, come il padre di Siddharta nella versione di Bertolucci, ci avrebbero voluti “re del mondo”, e che nello stesso tempo questo mondo ci nascondevano, prima fonte delle loro stesse angosce e nevrosi. Siamo stati allevati, come Siddharta, senza madre, cioè in presenza di madri esautorate che assecondavano senza convinzione i progetti e le proiezioni paterne sui figli maschi.

Nella tradizione, Siddharta scopre quasi per caso, uscendo dalla reggia, l’esistenza del male e della morte. Nel film, l’uscita dalla reggia è un cosciente atto di ribellione. Quando questo Siddharta in versione sessantottina rientra a casa, affronta il padre accusandolo con veemenza di averlo tenuto nell’ignoranza. E al padre, che gli risponde che è vero ma che l’ha fatto per amore, Siddharta grida le parole che Franz Kafka avrebbe tanto voluto gridare a suo padre per tutta la vita, e mai non osò: “il tuo amore è una prigione per me!”. Quello che Bertolucci forse trascura, è che Siddharta non poteva essere quel ragazzo tutto luminoso, integro, cresciuto nella gioia, nei giochi e nell’amore che il film mostra. Doveva essere un po’ anche un ragazzo egocentrico e saccente, dato che una certa atrofizzazione dell’empatia doveva essere una conseguenza inevitabile della sua educazione. È per curare una malattia del pensiero e della percettività, che Siddharta abbandona la reggia e tenta le diverse vie spirituali; una malattia, a mio avviso, originariamente e prevalentemente maschile.

È perché soffriamo di una malattia simile, che per noi maschi occidentali può essere significativo il momento della crisi di Siddharta, lì dove irrompe la compassione, dove una via inizia, una direzione prende forma.

Il resto, il compimento, ci è molto lontano. L’Illuminazione di Siddharta in fondo ci riguarda poco, è troppo al di là dei nostri limiti e delle nostre convenzioni culturali.

 

Come altre religioni, anche il buddhismo propone dei precetti atti a correggere patologie del comportamento. Non troviamo però l’ama il prossimo tuo come te stesso del cristianesimo. Non “si deve” essere compassionevoli, ma si scopre la compassione tramite l’attenzione al male oggettivo cui nessuno si può sottrarre. La compassione è intesa come una facoltà latente, che può permettere di riconoscere gli innumerevoli fili che ci legano agli altri esseri e al mondo. Salvarsi non significa, nel buddhismo, trovarsi nel mucchio dei buoni alla destra di Dio dopo il giudizio, ma avere sviluppato la piena coscienza del proprio posto nel mondo. Nel pensiero buddhista il senso dell’interdipendenza tra gli esseri è talmente presente che alcune scuole sostengono che la salvezza (l’Illuminazione, il Nirvana, la sottrazione dal ciclo delle morti e delle rinascite) sarà possibile solamente se tutti gli esseri si salveranno.

Il pensiero buddhista, che in origine si alimenta dell’antica filosofia indiana, ci mette di fronte al fatto elementare che tutte le nostre azioni e inazioni hanno conseguenze necessarie e inevitabili. Il male volontario, oppure il male semiconscio che si provoca ad altri, si perpetua in una catena di conseguenze che non possono essere cancellate dall’assoluzione di un prete o da un atto di contrizione.

 

Discutendo di buddhismo anni fa in un gruppo di amiche e di amici, mi era stato obiettato che, se dobbiamo occuparci di temi come il peccato, la responsabilità individuale, la salvezza, tanto vale affidarci alla “nostra” religione, il cristianesimo. Allora, ritenevo che fosse questione solo di differenze individuali, di temperamento o di formazione personale: ognuno si guarda intorno e prende da realtà spirituali diverse ciò di cui ha bisogno. Ora la questione non mi appare più così semplice: ma ai tempi  di quella discussione non vedevo il carattere sessuato dei problemi, carattere da cui – dopo le elaborazioni del femminismo – mi è impossibile prescindere.

Sia il Buddha sia il Cristo sono figure che pongono in grande rilievo la compassione. I maschi, storicamente, son quelli che hanno avuto e hanno tuttora bisogno di una più forte correzione in direzione della compassione e dell’empatia.

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