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Per imparare la lingua del paese in cui mi sono trasferita sono ricorsa a vari mezzi, tra i quali la rilettura dei cosiddetti grandi classici tradotti nella nuova lingua.

Quante volte ho sentito dire da persone colte, affermate, stimate, che niente è meglio che rileggere i classici con l’avanzare degli anni?

E quindi avanti! Con il pretesto della nuova lingua da imparare, con la benedizione di andare per un cammino così considerato, via con i classici!

Non dico che li ho riletti tutti, non credo sia possibile leggerli tutti neanche una prima volta, ma tanti sì.

Finché, di colpo, ho provato ripugnanza. L’utilità ai fini dell’apprendimento della lingua, la possibilità di riflettere su mondi sempre più lontani da noi, la bellezza di certe descrizioni della natura ecc... non sono più stati motivi sufficienti per continuare.

Il fatto è che mi son trovata circondata da una quantità di donne disgraziate: Anna Karenina stritolata dal treno, madame Bovary morta avvelenata, la povera Tony Buddenbrook descritta sempre come una sciocca, con il suo amore sacrificato per due matrimoni contratti per il bene della “ditta” familiare, e qui mi fermo anche se la lista è lunga. Ho preso i classici e li ho buttati via.

Che hanno da insegnarci questi libri, questi grandi classici, a noi, alle donne? Da ragazzine già eravamo state edotte sugli gli sgozzamenti dell’Iliade e dell’Odissea: dovevo anche da vecchia rivedere l’orrore di Ulisse che impicca in un colpo solo le schiave fedifraghe che avevano civettato coi Proci, mentre la brava nutrice faceva loro la spia?

Ma soffermiamoci su Anna Karenina.

Giovanissima, si è sposata con un uomo importante, senza sapere niente di sesso e di amore: un matrimonio adeguato e vantaggioso, contratto per obbedire alla famiglia. Come Tony Buddenbrook, anche Anna fa il suo dovere.

Le nasce un bambino, un maschietto, che ama molto. È l’amore della sua vita.

Ma ecco che nella sua vita irrompe Vronski. Dico irrompe perché è una diga che crolla: la diga della repressione sessuale. Ma Anna che ne sa? Lei chiama sempre amore quello che prova, il desiderio sessuale eventualmente lo provavano gli uomini, e le donne, per amore, acconsentono a soddisfarli.

Anna rimane incinta di Vronski, è sul punto di morire dando alla luce la bambina, avviene un perdono e una riconciliazione con il marito, tanto lei ormai pare più di là che di qua...

Vronski si spara, ma sbaglia mira.

Però Anna si salva, guarisce, scappa con Vronski e con la bambina. Lasciano la Russia per l’ Italia, dove affittano un palazzo un po’ decadente ma con molto charme. Vronski, essendo un uomo, ha bisogno di fare qualcosa e si dà alla pittura. Anna rimane la donna che era prima: ha solo cambiato marito e il marito attuale ha più esigenze sessuali del primo, ed è più inquieto.

Anna non ha interessi che non siano quelli del nuovo marito: si occupa di quello che importa a lui, ripete come un pappagallo quello che lui dice.

Vronski si stufa presto anche dell’Italia. I due tornano in Russia, a Mosca, dove lei vive ritirata in attesa di trasferirsi in campagna con la nuova famiglia. Una sera, oppressa dalla noia, esasperata dalla rabbia di vedere lui andare e venire come se non fosse capitato nulla, mentre lei e solo lei è diventata la reietta, l’impura, la compromessa, esce di casa dopo essersi messa in pompa magna e va a teatro.

Dove fa più sensazione della grande cantante che si esibisce.

Anna non regge l’ostracismo sociale neanche fino alla conclusione dello spettacolo. Scappa e torna a casa, la svergognata.

Lui invece rimane: ricevuto da tutti, lui è puro, lui ha solo un’avventura galante che al massimo gli viene rimproverata perché non è di vantaggio per la sua carriera. Seguono scenate di vario tipo: questa irruzione dei litigi è uno dei fattori che differenziano la vita di Anna prima e dopo la separazione dal marito. Le contraddizioni sono più brucianti e lei grida e rinfaccia anche se non vorrebbe, sia perché lui reagisce male, sia perché litigare non è femminile. Poi ovviamente fa la pace.

In campagna, nella grande tenuta di lui, la vita della coppia sembra un idillio. Almeno così ci viene descritta negli occhi di una parente che, per gratitudine verso Anna, va a trovarla malgrado la scandalosa situazione in cui vive...

L’attore principale rimane sempre Vronski: è lui ad aver bisogno di fare, di trovare un senso alla sua vita. Sta costruendo, tra l’altro, un ospedale per i suoi contadini. Un ospedale pionieristico, con un mucchio di innovazioni all’ultimo grido, che vengono per la maggior parte dall’Inghilterra, ai quei tempi considerato il paese più all’avanguardia.

E Anna? Anna si occupa degli hobby di Vronski, ma soprattutto di essere bella. Anna “deve” essere bella. Deve essere elegante, deve saper intrattenere gli ospiti di cui lui ha bisogno per non soccombere alla solitudine della campagna. Inoltre dovrà ovviamente essere bellissima e seduttiva per gli incontri amorosi con l’amante.

La visitatrice occasionale cui ho accennato si rende conto che tanto spreco di energia per conservare la bellezza, per eccitare il partner, non sarà alla fine vincente.

Ma questa osservazione è, diciamo così, di parte: viene da una donna morigerata, sacrificata alla famiglia numerosa e rassegnata alle infedeltà del marito, nonché ottenebrata dalla totale ignoranza delle faccende sessuali, che qualificava allora le donne per bene...

Seguiamo un altro po’ Anna e Vronski, nella loro vita in campagna. Lei legge le riviste sulle problematiche agricole, è una moglie moderna che parla con lui, ma lui freme.

Perché lei non gli basta. Lui ha voglia di andare altrove, dove ci sono gli uomini, dove pulsa la vita sociale del suo paese.

Anna, che non ha mai saputo bene che cosa l’ha spinta tra le braccia di Vronski, pensa che se lei non basta a lui, è perché lui non la ama più. E qui di nuovo siamo ai litigi, ai ricatti, ai telegrammi, a lui che va via perché è un uomo e come tale deve esser libero, però sta male per lei e spera che il divorzio e il nuovo matrimonio la possano rappacificare con la società.

Siamo quasi alla fine.

Anna è esausta. Sa che la famiglia di lui, la potente famiglia di lui, prova solo malevolenza verso di lei. Sospetta che quando Vronski è dalla madre, questa tenti di farlo innamorare di qualche fanciulla per bene, che sia vergine e non una svergognata che ha mollato il marito e il figlioletto.

Siamo di nuovo a Mosca, dove Anna perde più facilmente la testa, perché la sbatte continuamente contro i muri che la società ha costruito attorno a lei.

Ecco gli ultimi affronti, forse ingigantiti dalla sensibilità di Anna e forse no: le donne un tempo intime che si ritraggono davanti a lei, che vacillano nel riceverla, che se la fanno entrare in casa glielo fanno pesare.

E intanto via con i telegrammi scambiati con Vronski, nel suo breve soggiorno dalla madre. I telefonini hanno accelerato e massificato questo comunicare convulso, ma non hanno inventato nulla.

Nel caos di una stazione, Anna perde quel poco che le rimane di sé, del suo istinto di sopravvivenza e si butta sotto un treno. Lui sente la notizia e, anche se non gli dicono il nome, capisce subito che si tratta di lei. E diventa mezzo matto.

Si sfogherà nella guerra.

Nello stesso romanzo, in un racconto parallelo quanto insulso, la fanciulla che ha avuto il suo flirt ma si è fermata prima di rovinarsi, che si è pentita, che ha sposato un bravo e ricco giovane ben accettato in famiglia, vive la sua serena maternità sorreggendo con i suoi sorrisi le ricerche metafisiche, agrarie e quant’altre passino per la testa del marito: va tutto bene, lui è buono e lei ovviamente, lei lo ama.

Le telenovelas racconteranno magari un sacco di balle, ma almeno propongono un ABC sentimentale a delle analfabete, forniscono loro delle mappe del cuore, rozze e imprecise e su cui si ironizza con molta facilità, e tuttavia queste nuove mappe risultano per molte donne meno assurde di quelle del passato.

Elena Fogarolo

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