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Lalla Romano
Nei mari estremi
Prima edizione: Arnoldo Mondadori editore, 1987.

Lalla Romano ha scritto questo libro dopo la morte del marito, con cui aveva vissuto per più di 50 anni.

Nei mari estremi è diviso in due parti: “Quattro anni”, dove racconta la conoscenza, l’attrazione reciproca e il matrimonio, e “Quattro mesi” in cui descrive il rapido avanzare della malattia che porterà il marito alla morte.

Qui mi soffermerò specialmente sulla prima parte, con qualche escursione in pagine successive, dove l’autrice descrive il carattere del marito. Infatti mi interessa non tanto capire, ma mostrare almeno a tratti un uomo mite.

Innocenzo Monti, figlio di un colonnello, dopo la maturità liceale, a 17 anni è avviato dal padre a un mestiere che detesta e a cui mai aveva pensato: impiegato di banca.

Il posto di lavoro sarà nel nord Italia, così al ragazzo è rubata anche la bellezza della zona di Urbino, in cui era cresciuto.

Trasferitosi in Piemonte, alla domenica va in montagna “per stordirsi”. E’ in una di queste gite che conosce Lalla. Prima ancora di essere colpito da lei, è colpito dai genitori che aspettano le figlie alla stazione.

«Lui aveva scoperto loro, prima ancora di scoprire veramente me [...] Lui dal finestrino li aveva visti ed era rimasto come folgorato: “ma chi sono quelle due persone?"»

L’ammirazione per la madre di Lalla non cesserà, anzi.

figura
Lalla Romano bambina

Lalla ha avuto fortuna, è cresciuta in una famiglia con genitori che si amano, sono colti e anticonformisti, e in cui il nuovo ragazzo viene accolto con molta simpatia.

C’è una foto di queste antiche gite:

«Io sono rannicchiata tra due spigoli del canalone, le trecce sulla camicetta bianca. Mentre ero lì, lui (lo chiamavamo Monti) mi porse due piccolissimi edelweiss: “questi sono per la signorina”.»

[...]

«Anni dopo mi disse che sembravo Minnehaha. Ne fui ancora lusingata. Minnehaha era la figlia di un capo indiano e non erano poi tanti anni che avevamo superato Salgari.»

Lalla, sua sorella, gli amici si muovevano in treno, a piedi, occasionalmente in auto ma il loro mezzo preferito era la bicicletta. Biciclette sempre un po’ scassate.

«I freni non funzionavano. In una curva stretta mi spaventai un po’ e la mia decisione improvvisa fu di buttarmi a terra [...] era lì, in piedi, e io ansimante appoggiata contro il suo petto, saldo ma non rigido, caldo e fresco insieme. Sentivo il suo cuore battere.»

[...]

«Lo guardai e incontrai, vicinissimi, i suoi occhi marrone, dorati. E in essi una tenerezza profonda, calda, misteriosa. Una tenerezza severa.»

Ed ecco un cammeo della famiglia di Lalla:

«“Vado a san Maurizio con Monti.” “Voi due soli?” “Sì.” Mia madre era perplessa. Io: “Forse ci sposiamo”. Lei non si stupì, disse soltanto: “Lui è bello”. Come fosse un argomento valido.»


Lalla Romano è nata nel 1906. Le donne della sua generazione, mi sembra, si sentivano in obbligo, in pubblico, di elogiare sempre il marito. Però, fatta anche una certa tara agli elogi che Lalla fa del marito, rimango con l’impressione di essere davanti a un uomo eccezionale.

Lalla Romano
Lalla Romano

Lalla e Innocenzo si sposano durante le ferie di lui, in agosto: lei ha 26 anni, lui 23. Lei è vergine e descrive con un linguaggio pieno di discrezione però anche di coraggio la sua iniziazione sessuale.

Durante il fidanzamento vanno tre giorni a Roma – di nascosto dalle famiglie! – lui non le fa nessuna avance. In quegli anni, se una ragazza rimaneva incinta, che succedeva? In provincia!

Infatti lei scrive che si è sempre astenuto “per rispetto”, anche se negli anni seguenti, con un po’ di ironia, lui rimpiangerà quel tempo perduto.

Innocenzo lavora in banca, è capace e ha un senso del dovere molto sviluppato, per cui svolge bene il suo lavoro. Però paga questa vita contraria alle sue inclinazioni con attacchi terribili di emicrania, che si scatenano più o meno quattro volte all’anno e durano circa un mese.

Lei invece sta quasi sempre bene. Le dispiace veder soffrire il marito, ma poi il sonno la vince.

Pian piano, dopo essersi laureato nel 1940, ovviamente lavorando, Innocenzo ascende tutti i gradini e arriva a diventare presidente di una grande banca.

Frattanto Lalla, che ha insegnato alcuni anni, lascia la scuola per dedicarsi alla letteratura.

Lui fa un po’ quello che, nella nostra società, ci si aspetta dalle mogli: vive quasi una vita vicaria, si è sacrificato in banca ma si rallegra di una moglie artista, colta, non casalinga. Ha i mezzi per pagarle una colf a tempo pieno.

Per lavoro Innocenzo deve spostarsi, va anche in Perù, dove si ferma a lungo. E quando torna a casa, guardando gli aerei vorrebbe ripartire.

Lui sa che la sua è una vita monca, segnata dall’involontaria crudeltà del padre che gli ha imposto quel lavoro. Ma sembra non lamentarsi.

Come accennato, si avverte qualcosa di eccessivo nella descrizione che l’autrice fa delle perfezioni del marito: bello, intelligente, profuma di buono (di pane fresco), è mite, quando lei è ammalata lui va a piangere in cucina per non farsi vedere fragile da lei, quando dorme ricorda una dormiente del Carpaccio...

Alla fine, dunque, Lalla un po’ casca nel modello del principe azzurro. Una sua illusione, forse. Non illusione di lui. Che annota in un suo diario pene fisiche e morali.


Credo che Innocenzo considerasse Lalla un dono inaspettato della vita, che alleviava quella sua segregazione in banca. Si innamorano così tanto l’uno dell’altra, da diventare oggetto di prediche, di scandali per gesti molto innocenti... i due innamorati non salutano un conoscente, si appartano, e ricevano lettere anonime.

«Era un po’ come se fossimo la prima coppia umana – o l’ultima – per provocare tanto stupore. Magari anche canzonature; o persino odio.»

Innocenzo continuerà ad amare Lalla anche dopo il matrimonio, ma il lavoro in banca lo restituisce al mondo maschile. Romeo sembra morto, l’amore di Romeo per Giulietta non deve esistere.

Innocenzo Monti
Innocenzo Monti
(dall'archivio storico de L'unità)

Innocenzo e Lalla formano una coppia che ha la fortuna di mimetizzarsi dietro ruoli tradizionali: lui è esteriormente un uomo di successo, con un ottimo stipendio, lei è aiutata da una domestica a tempo pieno e non ha importanza che non sappia usare la lavatrice. Sta a casa, aspetta il ritorno del marito, è sensibile, lo capisce a sufficienza, gode di viaggiare con lui.

Quel che mi premeva qui mettere in luce, è la mitezza di Innocenzo. Con tutti i mariti mostri che la cronaca nera ci propina, come capire se un ragazzo innamorato è buono davvero? Guardando se è una persona che cerca il bene comune e non solo il proprio, per esempio.

La maggior parte di noi donne occidentali, quando ci sposiamo e per quanto abbiamo riflettuto sulla vita in comune, viviamo anche un lato oscuro: quello che si chiama, in termini popolari, il “buttarsi via”. Anche Lalla prova questo spavento:

«… non me l’ero mai detto, ma pensavo, o meglio sentivo, lo sposarsi come qualcosa di fatale, anzi di abissale, una specie di morte. Avvertivo una specie di rischio, anche esaltante, ma staccato da me, dalla nostra storia. Quasi un’investitura: per qualche fine ignoto.»


Poiché Lalla Romano descrive con pazienza e minuzia il carattere del marito, mi sembra che possa essere maestra, malgrado la distanza quasi secolare, per le ragazze d’oggi. E senza fare tanti distinguo, senza perdere il filo per esclamare “altri tempi!”.

Prenderla proprio così, alla lettera, con la sua graduale conoscenza del probabile marito, con tante passeggiate e chiacchierate, e arrampicate sui rifugi, e guardare questo sconosciuto che spacca la legna per fare il fuoco in montagna, vederlo fare sacrifici per riuscire, malgrado i mezzi di allora, a viaggiare per incontrarla. Per poi passare la notte in stazione con una sveglia al collo puntata per poco dopo l’alba.

Sicuro, Lalla gode della protezione di una famiglia amorosa, di cui abbiamo parlato prima. È una fortuna che non tutte hanno. Però l’autrice si spende molto per darci questo ritratto virile, per cui, se non può regalarci un po’ della sua famiglia d’origine, ci offre – questo sì – alcune tracce per riflettere: chi è quest’uomo che penso di sposare?

Lalla Romano è ormai una classica della nostra letteratura. La sua scrittura rapida, fatta di frasi corte o cortissime, può far pensare agli attuali sms, ma non è mai sciatta.

Da Lalla, spero, si può ancora imparare.

Elena Fogarolo

Le citazioni di questa recensione sono tratte dall’edizione Mondadori-De Agostini del 1994.

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