L’infelicità amorosa in Cesare Pavese
Cesare Pavese (1908 - 1950) proveniva da una famiglia della media borghesia piemontese. Studiò al liceo classico D’Azeglio di Torino e si iscrisse alla facoltà di lettere presso l’università della stessa città.
Nelle foto che lo ritraggono vediamo un uomo alto, magro, diciamo né bello né brutto. Già da giovane era ben quotato negli ambienti letterari.
Eppure non riusciva a trovare una donna con cui sposarsi. Dalla sua Torino scendeva anche a Roma, dove frequentava salotti più mondani ma anche lì non gli andava meglio: le donne lo soppesavano e poi lo scartavano.
Delle disavventure maschili in questo campo si sa molto poco o quasi nulla. Qui non mi soffermerò sull’ipotesi, avanzata da alcuni, di un Pavese sessualmente impotente: come per le donne non si parla più di frigidità ma solo di disagio, di rifiuto di un particolare tipo o modo di relazione sessuale, così anche in riferimento agli uomini si dovrebbe adottare un’altra ottica.
Nel 1950, in un albergo di Torino, Cesare Pavese si uccide.
La sua amica Natalia Ginzburg raccontò in Ritratto di un amico (1) che Pavese non aveva veri motivi per ammazzasi. Come se uno si ammazzasse per sbaglio. Sì, può anche capitare, ma questo non è il caso.
Poco si sa delle affannose ricerche dello scrittore di una donna da amare. Qualcosa si sa di Fernanda Pivano, alla quale Pavese si propose per ben due volte, e che per due volte lo rifiutò.
Si sa, pochissimo, di qualche relazione epistolare discreta, condotta avanti nel segno di interessi culturali condivisi.
Cesare Pavese era afflitto anche da un altro tormento: finita la guerra, alcuni dei suoi amici non c’erano più perché erano morti combattendo il nazifascismo. Lui, che pure era antifascista e aveva conosciuto prima della guerra carcere e confino, si era fatto da parte, rifugiandosi fuori Torino. Come per scontare questa mancanza di partecipazione, si iscrisse poi infelicemente al partito comunista ma non aveva né il carattere né i convincimenti intellettuali per fare il militante.
E la vita familiare? La stessa Ginzburg racconta che Pavese viveva presso una sorella sposata. La scrittrice si è sposata giovanissima e, ancora euforica per l’esperienza del matrimonio e della maternità, prova compassione per Pavese e ci contagia con l’idea di un povero scapolo mal ospitato in una casa altrui e sopportato come un fastidio, nonostante il reciproco affetto che lo legava alla sorella.
In realtà questo affetto era profondo e la casa in questione era quella ampia ereditata dalla madre, e in cui i due fratelli rimasero ad abitare prima e dopo il matrimonio della sorella. Le aspettative di Cesare verso l’amore e il matrimonio sono descritte da Ginzburg come cervellotiche e immature, e l’atteggiamento di lui verso la vita, la sua incapacità di godere delle cose “semplici” è definito adolescenziale. (In fondo è lo stesso tipo di giudizio sommario con cui spesso vengono incasellati, rimanendo in ambito letterario, la diversità e il disadattamento di Giacomo Leopardi).
Comunque sia, anche considerando le varie possibili difficoltà nella vita di Pavese, mi sembra che i motivi sentimentali–erotici siano gli unici che possano averlo spinto alla depressione prima e al suicidio poi.
Come già accennato, lo scrittore era attratto da donne colte che nutrivano passioni intellettuali.
Ed ecco poi, esplosivo, inaspettato, l’amore per Constance Dowling, un’americana intelligente ed estrosa che conosce a Roma.
Di questa Constance, si parlava negli ambienti intellettuali con un certo disprezzo: sicuro, era bella... ma poi?
La vicenda di Pavese ci mostra quindi che neanche per un uomo la vita è facile, se uno vuole uscire dal binario del matrimonio tradizionale.
Alcuni molto fortunati riuscivano, e riescono, a combinare l’erotismo con l’esigenza patriarcale (per quanto “morbidamente” patriarcale) di avere una moglie all’altezza delle aspettative sociali del tempo.
Non è necessario fare il nome di bellissime coppie non lontane dalla generazione di Pavese, le cui fotografie giovanili mi è capitato di vedere: donne anticonformiste, erotiche, e con un’aria del tipo: “vabbé puliamo sta cucina se è proprio necessario...”.
A Cesare Pavese, la capacità di entrare in contatto con l’eros della donna sua contemporanea non è stata data.
Lui soffriva, smaniava andando da un tipo di donna all’altro: la donna seria, studio e famiglia , e la donna “facile” (Pavese usa parole più crude) che lo scrittore incontrava nei salotti romani (non prenderei la misoginia di Paese troppo sul serio... la volpe e l’uva...) (2).
Bisogna dire, e qui sta il senso di recensire questo autore, che le cose non sono cambiate poi molto. Non a caso le ragazze continuano a leggere Pavese.
Sicuro, in apparenza le donne sono più libere. Però nella dimensione sessuale questa libertà è molto, molto minore di quanto sbandierato dai media: vedi le scarpe scomodissime che hanno riportato in auge i calli e altre magagne dei piedi, le scollature vertiginose, i seni finti, l’infinita tortura della chirurgia plastica...
Prima ho accennato a foto di coppie che, più o meno, erano coetanee di Pavese. Alcune di queste foto furono scattate in spiaggia. Donne bellissime dentro costumi piuttosto succinti, prosperose, che sicuramente in città vestivano in modi più castigati... ma il loro compagno ne ha avvertito il fascino e le ha corteggiate e sposate.
Ma ora dedichiamoci ai leggiadri versi di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Quante donne sono dietro Constance?
La morte che avrà gli occhi di tutte queste donne, che Pavese non ha saputo legare a sé, non sarà una morte triste.
Sono versi languidi, soffusi di malinconia. Sublimi versi di canzonette, in cui si parla di morte per esaltare l'amore.
Pavese prende Roma come fosse un lenzuolo e lo stende ai piedi della sua amata. Le piazze, le scalinate, le fontane di Roma si confondono con la piccola ma sacra scala che conduce a lei.
Ho letto tante volte queste poesie che le potrei ancora citare a memoria, anche se non nell’ordine giusto.
Ma c’è un ordine?
Lei è una ninfa, la creatura ultraterrena e insieme più che terrena che Pavese ha sempre atteso, la Leucò con cui parlare (2), la Dea Bianca di Graves (3), fuori da ogni sessuofobia, la bambina che gioca a liberi tutti! liberando nel suo gioco l'autore e i lettori e le intatte lettrici con sempre nuovi visi di primavera:
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
...
Farai gesti anche tu.
Risponderai parole ‒
viso di primavera,
farai gesti anche tu.
I gatti lo sapranno
viso di primavera;
e la pioggia leggera
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi piú non ti spera,
….
E dopo avere richiamato le stelle la notte e tutto il creato, ecco che, davanti alla scala di Constance:
s’aprirà quella strada
le pietre canteranno...
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
…
s’aprirà una porta.
...
sarai tu. Ferma e chiara.
Elena Fogarolo
Note
1) Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, 1962.
2) Vedi sulla misoginia di Pavese l’interessante saggio di Marta Rivera de la Cruz, liberamente disponibile in internet: La mujer en la narrativa de Cesare Pavese.
3) Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, 1947.
4) Della Dea Bianca in riferimento a queste poesie parla anche Roberto Giliucci nel suo libro su Pavese.