Elena Pradal
Los ojos de Pinocho
("Gli occhi di Pinocchio", di Elena Fogarolo)
Editorial Alhulia, Salobreña (Granada), 2014
Negli ultimi anni Elena Fogarolo ha pubblicato due libri di poesia in spagnolo:El último baile (L’ultimo ballo) nel 2010 e Los ojos de Pinocho nel 2014. Per entrambi i libri aveva scelto di uscire con lo pseudonimo Elena Pradal.
La recensione che segue è un testo che avevo preparato nello scorso novembre in vista della presentazione di Los ojos de Pinocho, che si sarebbe tenuta nel gennaio di quest’anno e che è stata sospesa all’improvviso aggravarsi delle condizioni di Elena.
Pubblico questo testo volentieri anche perché aveva avuto l’approvazione di Elena, che se ne sentiva ben rappresentata, nonostante una riserva affettuosa circa una mia possibile parzialità.
(Le citazioni dei versi sono mie traduzioni letterali dal libro in spagnolo).
g.r.
L’acqua, il vento, l’onda marina, la corrente, il vortice... sono tutti simboli universali del mutamento che ricorrono di frequente nella poesia di Elena Fogarolo, e anche in questo libro. Immagini evocate a volte in brevi annotazioni, essenziali come un dipinto zen e quasi in forma di haiku.
Acqua nell’acqua:
un mulinello
che chiamiamo neonato...
la corsa ricomincia
poi tutto torna ad essere
– ancora –
solamente acqua
I versi citati sono tratti da Inni di Vento, una raccolta che, fra le nove di cui si compone il libro, presenta in forma particolarmente pura e lirica immagini-simbolo del fluire dell’esistente, dell’impermanenza di ogni cosa e della stessa coscienza.
Troviamo qui fugaci visioni macro o microcosmiche, innamorate e imbevute di una natura in cui gli animali mostrano una sapienza che sembra mancare agli umani.
Il gatto nel sole
accoccolato in un angolo,
gli occhi socchiusi,
fa le fusa
[...]
al pari degli altri animali
mai prende sul serio
la sua attuale
incarnazione
Non si tratta solo di quell’incoscienza che Leopardi invidiava agli animali, ma proprio di sapienza, secondo un concetto di animale-guru, che Elena ha acquisito dalla cultura dei popoli amerindi.
Gli animali in questa visione stanno, più che vicino, “dentro” Dio: insegnanti di saggezza proprio perché
mai si svegliano
completamente
dalla morte...
vivono la vita
come sonnambuli...
E quando la la morte torna
a raccoglierli,
in un istante
già sono
sotto le sue ali.
Invece noi umani passiamo la vita esaurendoci per responsabilità illusorie, come Atlante che, secondo un mito greco, Zeus condannò a portare sulle spalle tutto il peso della Terra (Il risveglio di Atlante).
Elena, con un suo procedimento tipico, ci restituisce una versione leggermente diversa del mito: immagina che Atlante si svegli dall’illusione di portare il pianeta sulle spalle. Dovrebbe provare sollievo al sentirsi liberato da quella fatica incessante. E invece si sente solo “schiacciato dal ridicolo” per avere trascorso la vita in un inganno.
La poesia allude esplicitamente a una condizione universale:
Come me,
tutti son convinti
di portare sulle spalle
la Terra e un pezzo d’universo
Ma quando la morte arriverà non ci sarà nell’universo “la minima collisione”. Ossia, il mondo continuerà a cavarsela senza di noi.
Aggregazione, disgregazione, di nuovo aggregazione... Il mondo poetico di Elena, senza far uso delle bilance di Lavoisier (però non ignorandole), sembra riferirsi a un mondo fisico in cui nulla si crea e nulla si distrugge, ma in cui tutto è soggetto a trasformazione continua.
Quello che nasce, morirà, compreso ciò che chiamiamo anima, io, coscienza, in una concezione che a me ricorda l’insegnamento dei filosofi atomisti dell’antica Grecia: ogni cosa è un aggregato di atomi e perciò non può essere permanente. Anche l’anima, quest’aggregato “di atomi sottili e di forma sferica”, muore. E aggiungevano: “non temere la morte perché, quando tu ci sei, la morte non c’è e, quando lei ci sarà, non ci sarai tu”. Era un atteggiamento scientifico che si proponeva un fine etico: rasserenare gli umani dissipando il terrore della morte, lottare contro la superstizione.
Anche la visione di Elena è, a mio vedere, rasserenante, ma in un’altra prospettiva.
Non si tratta più di vincere la paura della morte ma, eventualmente, di riscattare la morte da una rimozione collettiva imposta da un’ideologia che esorta, quasi impone di “lottare” per la vita costi quel costi (come nel caso di terapie devastanti e spesso inutili).
Non che Elena proponga una specie di nuovo manifesto ideologico “contro” qualcosa: la sua poesia esprime solo la sua esperienza intima, che include la contemplazione dell’impermanenza. Accettando la realtà dell’impermanenza, investigandola a fondo, Elena mette in gioco anche il desiderio di morte.
I bambini nascono
con il cuore strabico.
Un pezzo di cuore ama la vita,
un altro anela
alla morte
Questo frammento (dalla poesia Strabici) può ricordare il “cupio dissolvi” (letteralmente “desidero dissolvermi”), concetto di origine paolina caro alla mistica cristiana e non solo. La dissoluzione è per i mistici il ritorno all’intero, all’unità del tutto.
La serie La ragazza perduta tratta il tema della dissoluzione in modo complesso.
La ninfa Eco, nel mito greco, si innamorò follemente di Narciso, il giovane bellissimo che amava solo se stesso. Non ricambiata, si dissolse e di lei rimase solo la voce (di qui la parola “eco”).
Nelle prime poesie della serie, il dissolvimento non ha nulla a che vedere con un mistico perdersi nella totalità.
La ragazza perduta è perduta nel senso di una dolorosa emarginazione sociale.
La poesia Perché piangere? ci dà una chiave di lettura di quelle che seguono: Eco, la donna che sta per sparire, incarna le ultime tra le donne: le puttane, le ragazze madri, le rinnegate, le maltrattate. Si avverte una profonda immedesimazione dell’autrice con loro.
Tuttavia, nella penultima poesia (Briciole), ecco un improvviso cambio di tono:
In principio,
mi dimenticai dei calzini,
sbagliai ad abbottonarmi la camicia.
Allora cominciai a dimenticare
un dito
un piede
un occhio...
Lasciai che il corpo si sbriciolasse
come una pasta,
sognando che tutte quelle briciole
sarebbero state utili
per indicare a te,
madre,
il luogo dove trovare
la tua Pollicina.
Qui c’è la decadenza della memoria e del corpo, e anche la sua accettazione. La disgregazione è rappresentata con la metafora dello sbriciolarsi, con la quale l’autrice da una parte ci riporta a racconti per l’infanzia che sono patrimonio di tutti, e dall’altra indica una soluzione in senso mistico. E quel “sognando” è pure una parola chiave: la dea non è una credenza, ma un anelito e una spinta che viene dall’inconscio.
Fin qui ho cercato di mettere a fuoco un aspetto della poesia di Elena che, semplificando molto, ho chiamato “mistico”: vicinanza a una natura concepita panteisticamente, per cui Dio è un nome come un altro per significare ciò che è al di là dell’umano, la totalità, la necessità, il fato, il tempo... In altra occasione sarà la Dea Madre o la Moira.
L’altro aspetto è quello della cultura umana con le sue contraddizioni e costrizioni, strutture gerarchiche e familiari, rivalità, gelosie, tradimenti. E, inoltre, con la sua sopravvalutazione dell’io e dell’importanza dell’individualità nella storia... infine, il lato della sofferenza sociale come vera fonte dell’infelicità.
Nella serie Il mare dei sargassi l’ordine cosmico e quello umano-culturale condividono, per così dire, lo stesso paesaggio.
Da un lato c’è il cosiddetto mare dei sargassi, quell’immensa distesa d’acqua nella parte occidentale dell’oceano Atlantico dove, per effetto delle correnti marine, si concentrano le alghe (i sargassi) in quantità tale che i primi esploratori europei che arrivarono nella zona credettero di essere in vista della terraferma.
Nel mare dei sargassi
in eterno mulinello
si muovono lente
le alghe
dei nostri desideri.
I sargassi ci confondono,
pensiamo che sono praterie
sopra la terra...
ma non c’è che un fluttuare
vuoto
nella vertigine del tempo
Tale visione di un eterno, immenso vortice suggerisce, una volta di più, la totalità del movimento cosmico, come una spirale galattica...
È un paesaggio fantastico che non si ispira a un’esperienza diretta ma è una mera proiezione dell’immaginazione, con il sapore, forse, di certe reminescenze infantili.
Di fronte a questa eternità indifferente, c’è l’altra dimensione, quella degli umani.
Elena immagina quegli antichi viaggiatori con il loro carico di illusioni: pensano di avere incontrato la terraferma, una nuova casa e patria, possedimenti con campi da coltivare, e già si vedono padroni di fattorie e ricchezze...
Ma no, il viaggiatore finisce per capire che ha costruito “sui sargassi”, variante della metafora biblica del costruire sulla sabbia. I suoi possedimenti risultano
un regno
senza radici
senza campi
senza casa
e anche senza sogni
Sono molte, nel libro, le poesie che esprimono l’angustia delle costrizioni sociali o il senso di un autoinganno che ha radici nell’educazione che tutti abbiamo ricevuto. Tuttavia troviamo quasi sempre, in tali poesie, una via d’uscita, un ponte che ci connette all’oltreumano, a ciò che trascende la convenzione sociale.
Nella serie Gli occhi di Pinocchio, Geppetto è il soggetto parlante. Come nel racconto di Collodi, ha fatto suo figlio “da solo”. Nell’interpretazione di Elena, Geppetto aveva una precisa intenzione: voleva sì un figlio, ma non che la natura gliene propinasse uno a caso. Voleva un figlio con garanzia di soddisfazione.
Però Pinocchio non gli è venuto bene. A Geppetto non piace questo pargolo sempre malcontento e brontolone e che, soprattutto, non ama suo padre, fino al punto di dichiararlo con
la sentenza da cui non c’è ritorno:
“mai ci fu amore
tra di noi”.
Gli occhi di Pinocchio è una metafora dell’autoinganno genitoriale e del carattere in gran parte illusorio dell’educazione: uno dei tanti “atlantismi” che affliggono gli esseri umani, almeno nella nostra cultura.
In questo caso la via d’uscita è vista nel restituire i figli a Dio:
Solo Dio ordina
ai nostri figli
“Crescete!”
Le ossa,
i muscoli,
il cervello di Pinocchio
obbedivano solo a Dio...
che è il suo vero padre
D’altra parte, anche l’autoironia può mitigare un po’ l’atlantismo genitoriale:
Dio ci manda figli
con la testa di legno
così fan caso
al primo idiota
in cui s’imbattono per strada
e credono
a tutte le sue frottole...
non come i bravi ragazzi
che credono solo alle menzogne
dei loro genitori.
Diverso è il tono con cui Elena affronta il dramma della maternità umana e del suo sfruttamento sociale. Tema che risulta trasversale a tutto il libro. A volte è esplicito, per esempio nella serie La madre di Achille, in cui troviamo, accanto a una gemma lirica sull’impermanenza (Un’onda), una poesia di carattere più ideologico come Idoli:
Ungiamo i nostri figli
come fossero
idoli:
[...]
con quanta adulazione
li conduciamo
fino alla distruzione!
Oh, donne,
non innalziamo altari
davanti al nostro utero!
Il tema materno impregna, più implicitamente, la raccolta I filosofi malinconici.
La vita di ogni povero pazzo della clinica psichiatrica sempre risulta intrecciata con quella di una madre che ancora tenta di accudire il figlio malato, anche se “la sua mamma non esiste più” perché la povera anziana che viene qui tutte le domeniche
da decenni ha perso la capacità
di essere madre.
Qui in realtà non c’è catarsi, non c’è sollievo ma solo il senso di un dolore permanente, di una ferita che si estinguerà solo con la morte.
L’istinto materno degenera non solo nella coazione a proteggere il proprio figlio molto al di là dei limiti che natura imporrebbe, ma in un atteggiamento di protezione universale:
Mai si stancano
le madri
di tentare
di avvicinare il mondo
ai naufraghi
di tutti gli oceani...
Né è assente il tema materno nella serie per Sylvia Plath, quattro poesie di carattere “politico”: un’esposizione cruda, quasi prosaica, di eventi della vita di Sylvia Plath, la poetessa statunitense che si suicidò dopo essere stata abbandonata dal marito Ted Hughes, egli stesso poeta e il cui successo letterario fu in gran parte costruito grazie all’attivismo della stessa Sylvia. Nel bel mezzo di un’asciutta enumerazione di fatti, ecco irrompere una metafora forte, che unifica maternità e fare poetico, riscattandoli dalla miseria biografica:
Tu,
donna
vacca
e ragno,
mentre allattavi i bambini
e li crescevi,
dalla bocca ti usciva anche
un filo
di poesia.
Chiudo citando una poesia tratta dalla serie Per Euridice (che amo in modo particolare), che ci riporta al tema dell’impermanenza e della perdita e dove, a mio vedere, la “via d’uscita”, la dis-soluzione, è nella stessa dolcezza del canto:
Ballammo insieme
pochi giorni
confidando che il futuro
sarebbe per sempre
una tenera sera di primavera…
Io, Orfeo, sono il povero scemo
che adesso muore di freddo
dentro il ricordo
del tuo vestito leggero,
Euridice,
fior di giugno,
e non
dell’anno intero
della mia vita.
.