Kazuo Ishiguro
Non lasciarmi
Einaudi, 2006, Euro 12
(Never Let Me Go, 2005)
(Einaudi sino ad oggi non ha reso disponibile in ebook alcuna opera di Ishiguro)
Ho dipinto l’Inghilterra in una giornata nuvolosa, con campi piatti e nudi, un sole fiacco, vicoli grigi, fattorie abbandonate, strade vuote. A parte i ricordi d’infanzia di Kathy, nei quali ci può essere un po’ di sole e di vivacità, ho voluto dipingere un’Inghilterra con quella sorta di bellezza disadorna, fredda, che io associo a certe aree rurali fuori mano o a certi centri balneari semi-dimenticati.
Kazuo Ishiguro (1)
“Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, e da più di undici sono un’assistente”. Così si presenta l’io narrante di Non lasciarmi.
Attraverso la memoria “affidabile”(2) di Kathy e le sue parole tranquille e precise, si dipanano le vicende dei tre protagonisti, Kathy, Tommy, Ruth, a partire da quando vivevano, bambini, in Hailsham, quella sorta di strano orfanotrofio immerso nella campagna inglese e circondato da un bosco minaccioso che appare invalicabile agli occhi dei bambini internati.
Un’abile tecnica narrativa crea di volta in volta piccole suspense, anticipa informazioni parziali che stimolano la voglia di sapere di più. Di mistero in mistero, il libro si legge d’un fiato. Sullo sfondo c’è un mistero più grande, una verità che riguarda gli studenti di Hailsham. Ne veniamo a conoscenza gradualmente, come graduale è il modo in cui arrivano a sapere Kathy, Tommy, Ruth e i loro compagni.
Gli insegnanti di Hailsham vengono chiamati “tutori”. Sono più che semplici insegnanti. Tra i loro compiti c’è quello di curare al massimo la salute fisica degli studenti. Il fumo, per esempio. Anche se ad Hailsham il tabacco è interdetto, gli studenti vengono messi in guardia per quando saranno “fuori”. I tutori impartiscono agli studenti un’istruzione più o meno normale, rivelando loro gradualmente, senza traumi, la loro origine e il loro destino. Non dicono, per esempio, “non dovete fumare per non rovinare i preziosi organi che dovrete donare”. Usano la tecnica dell’allusione che prepara il terreno a rivelazioni più consistenti. Dire e non dire. Mescolare gli argomenti più duri alle informazioni più eccitanti, come quelle, per esempio, riguardanti il sesso.
Gli studenti fanno parte di un progetto in cui la loro collaborazione è indispensabile, e perciò alla fine devono risultare edotti su tutto quanto è necessario che sappiano: che loro, gli studenti, sono diversi dai tutori e da tutti gli esseri umani del mondo di fuori. Che non hanno padre né madre. Che non avranno figli perché, pur avendo normali impulsi sessuali, sono sterili. Che sono stati generati per clonazione allo scopo di diventare “donatori” e che il loro corpo sarà utilizzato per guarire le infermità della gente “vera”, quella nata da madre e padre. Che dovranno donare organi fino a che “completeranno il loro ciclo”. Che alcuni di loro, prima di diventare donatori, passeranno un periodo come assistenti di donatori, in modo che le donazioni avvengano nel migliore dei modi, con il minor danno per il donatore e in armonia con i medici e il personale ospedaliero.
L’accettazione di questo destino viene dunque inculcata gradualmente, con abilità. Non c’è ribellione da parte dei ragazzi, né suicidi, né malattie mentali, sia in Hailsham sia nelle strutture in cui vivranno dopo: i “cotteges” di transito e gli ospedali. Ragazze e ragazzi fanno la vita normale di un qualunque college, si dedicano agli studi, allo sport, al gioco di moda. Hanno le loro consuetudini per le varie ore del giorno, come l’ultima chiacchierata di Kathy e Ruth in camerata, prima di dormire.
Quando, alla fine dell’adolescenza, gli studenti sono in procinto di lasciare Hailsham, sanno in qualche modo che cosa li aspetta ma sono sorretti anche da certi miti, da certe leggende di salvezza che si porteranno dietro fino all’ultimo. Corre voce per esempio che una coppia di studenti può ottenere “una proroga”: se dimostrano di essere “veramente innamorati” il sistema potrebbe concedere loro di vivere qualche anno insieme solo per godere dell’amore, rimandando le donazioni.
Si illudono che la salvezza possa venire dall’amore, ma anche dall’arte. Ad Hailsham gli studenti sono esortati a essere “creativi”, a produrre disegni, quadri, poesie che periodicamente una donna conosciuta come Madame preleva dal collegio per metterli, si dice, in una sua misteriosa galleria. I ragazzi fanno tante ipotesi: forse le opere rivelano l’interiorità, mostrano come gli studenti sono veramente fatti dentro. Secondo Tommy le opere servono a capire se due che hanno chiesto la proroga sono veramente innamorati, o se invece mentono. Così Tommy, che anni prima aveva avuto i suoi guai per il fatto di non essere creativo e aveva smesso di disegnare dopo un episodio un po’ traumatico, ritira fuori la sua esile vena e si dedica a certi disegni di animaletti fantastici, compilati con estrema minuzia su piccoli fogli. Tommy in genere è più scettico della media riguardo alle varie leggende, eppure fino all’ultimo porterà con sé il fagotto dei suoi disegni, nella speranza di poterlo barattare con la famosa proroga.
Non lasciarmi, ha dichiarato l’autore, è un libro sulla tristezza della condizione umana. Nasciamo per morire. Questa verità ci viene “detta e non detta”, ne siamo e non ne siamo coscienti, ci illudiamo di eluderla con l’amore, l’arte, la cultura. Poi dobbiamo comunque “finire il nostro ciclo”. Dobbiamo assistere chi va a morire e morire noi stessi. Quando la morte ci toglierà affetti e legami, non avremo più nulla dalla vita, solo i ricordi e la solitudine. La cultura: un’altra illusione, se non un inganno deliberato. Gli studenti di Hailsham sono tenuti a redigere un saggio finale, qualcosa simile a una tesi di laurea su un argomento concordato con un tutore. Gli studenti si mettono in questo progetto con fervore intellettuale ma gli stessi insegnanti, poi, non sembrano veramente interessati al fatto che il lavoro sia completato. Questo “saggio” però continua ad aleggiare nella vita come un compito che può essere ripreso. Kathy, alle soglie di diventare donatrice, pensa che forse avrà del tempo per sé e vagheggia di poter tornare a quel vecchio lavoro della prima giovinezza. Si rende conto, però, che è un “sogno ad occhi aperti”.
C’è poi un ulteriore mistero di cui gli studenti hanno una consapevolezza molto vaga ma che rifiutano di affrontare perché troppo sarebbe l’orrore. Quando un donatore “ha finito il suo ciclo”, questo significa che non è più una persona, non può più collaborare, interagire con i medici e l’assistente. Ma il suo corpo è ancora vivo e, si suppone, continuerà ad essere usato, sfruttato fino all’ultima goccia di sangue e all’ultimo frammento di tessuto.
È qui, appunto, dove comincia l’indicibile, l’orrore del corpo oggettivato, trattato come in un laboratorio di vivisezione o in un reparto di macelleria, mentre la psiche latitante è abbandonata dal consorzio umano.
E’ difficile non vedere qui un riferimento a certe problematiche mediche, alla sperimentazione dettata dagli interessi della ricerca, all’accanimento terapeutico, al corpo che segue in vita quando la morte sarebbe la soluzione naturale.
Non lasciarmi si presterebbe a tante chiavi di lettura e a un’infinità di suggestioni. Se dovessimo prenderlo come un’allegoria della condizione umana, si tratterebbe comunque di un’allegoria zoppicante: se l’umanità è rappresentata dagli studenti che si allevano ad Hailsham, chi sono gli sperimentatori, gli esseri umani “là fuori”? Sono ingannati anche loro? E da chi?
Inoltre, è vero che veniamo concepiti, partoriti, allevati, educati – in un certo senso – come se fossimo immortali, prescindendo dal fatto che la morte è il destino comune e inevitabile. Ed è vero che nella nostra società la morte è rimossa fino all’assurdo. Nonostante questo “inganno”, non siamo allevati con lo scopo di essere sacrificati. La morte è prima di tutto un fatto naturale, non un malefizio umano. La nostra morte non è voluta e tanto meno programmata da altri esseri umani, a meno che non incappiamo in una situazione di inferno in terra, lager, persecuzione, tortura, guerra: situazioni ricorrenti ma che non sono “la condizione umana”. Di fatto, Non lasciarmi è stato anche interpretato proprio come metafora dell’inferno in quanto condizione umana artificiale, creata dagli uomini. Si è parlato dell’Olocausto, della bomba atomica su Nagasaki (città natale di Ishiguro), della tecnologia che sfugge al controllo dei suoi creatori ecc.
Alla fine credo che convenga rinunciare a risolvere l’enigma dei significati allegorici in Non lasciarmi, tanto più che lo stesso Ishiguro ha offerto, in interviste diverse, spunti interpretativi in apparente contrasto l’uno con l’altro.
Il cuore del libro non sta in una formula capace di spiegare il male nel mondo, ma in quei personaggi palpitanti, struggenti nella loro fragilità: Kathy, Ruth, Tommy, chiamati da giovani a interpretare il dramma della senescenza e della morte.
Kazuo Ishiguro, giapponese di nascita, inglese di adozione e romanziere di professione, aveva avuto la “disgrazia” di scrivere, all’età di soli 35 anni, un romanzo perfetto, il capolavoro della vita. Mi riferisco ovviamente a Quel che resta del giorno. Che cosa può fare uno, “dopo”? Credo che Non lasciarmi, uscito a tre lustri di distanza, possa essere la risposta.
g.r.
Note
1) Traduzione da “A Conversation with Kazuo Ishiguro about Never Let Me Go”, in www.randomhouse.com
2) Nell’intervista sopra citata Ishiguro parla soprattutto della funzione dell’io narrante e del suo rapporto con la memoria in Non lasciarmi, e fa un confronto con Quel che resta del giorno.
«[Intervistatore] Kathy, io narrante di questo libro, non ha il carattere chiuso dell’io narrante di altri suoi romanzi (come Quel che resta del giorno o Quando eravamo orfani) e sembra più affidabile per il lettore. E’ una scelta deliberata?
[…] In passato sono stato apprezzato per i miei narratori inaffidabili, propensi all’autoinganno, impassibili. Si potrebbe quasi dire che erano il mio marchio di fabbrica in un certo periodo. Devo stare attento a non confondere l’io narrante con la mia identità di scrittore. E’ così facile, in ogni percorso della vita, rimanere intrappolati da cose che in passato ci hanno fruttato elogi e stima. […] in passato i miei narratori erano inaffidabili non perché fossero lunatici ma perché erano normalmente portati all’autoinganno. Quando riandavano alle loro vite fallite, per loro era duro vedere le cose in un modo del tutto diretto. Questo genere di autoinganno è comune alla maggior parte di noi, e in effetti questo è il tema che volevo approfondire nei miei primi libri. Non lasciarmi non parla di questo tipo di autoinganno, perciò avevo bisogno di un io narrante diverso. Un narratore inaffidabile qui non sarebbe stato appropriato.
[Intervistatore] Questo romanzo, come la maggior parte degli altri suoi, è narrato attraverso il filtro della memoria. Perché la memoria è un tema così ricorrente nei suoi lavori?
Mi è sempre piaciuta la trama della memoria. Mi piace il fatto che una scena tirata fuori dalla memoria di un narratore ha contorni sfumati, è stratificata con ogni sorta di emozioni, è suscettibile di manipolazione. Non si sta dicendo al lettore “avvenne questo e quest’altro”, ma piuttosto si sta ponendo una questione del tipo: perché Kathy ha ricordato questo evento proprio a questo punto? Che sentimenti prova in proposito? E quando lei dice che non può ricordare con precisione che cosa avvenne, e ce lo dice comunque, quanto dovremo fidarci di ciò che ci dice? E così via. Amo tutte le sottigliezze con cui si può giocare quando si racconta una storia attraverso i ricordi di qualcuno. Ma vorrei dire che ritengo il ruolo giocato dalla memoria in Non lasciarmi molto diverso da quello che si può trovare in qualcuno dei miei primi libri. In Quel che resta del giorno, per esempio, la memoria era qualcosa da investigare con molta circospezione per quelle cruciali svolte sbagliate, per quelle fonti di rimpianto e rimorso. In questo libro, invece, i ricordi di Kathy sono più benigni. Sono soprattutto fonte di consolazione.»